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WAZ UP WORLD, il Blog di Federico Neri

Social media marketing & strategy.

Il secondo post della serie affronta il problema della “Privacy” in ambienti Social Media. Perchè tutelarsi e come scegliere il proprio livello di protezione. Vengono trattati: il caso di Caitlin Davis; differenze tra branding e personal reputation e come tutelarsi su Facebook.

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Il secondo post della serie affronta il problema della “Privacy” in ambienti Social Media. Perchè tutelarsi e come scegliere il proprio livello di protezione.


Successivamente all’intervento di Luca Conti sul mettere in atto strategie di marketing su Facebook e i Facebook Ads, all’evento è intervenuto Massimo Melica, avvocato e Presidente del Centro Studi di Informatica Giuridica Italia.

L’intervento entra subito sull’argomento e definisce Internet e i Social Network come spazi facilmente attaccabili sul piano della violazione della Privacy personale. Sono ambienti di facile accesso dove i nostri dati, riferimenti o contenuti sulla persona rimangono nel tempo. Come dire..: “Internet ha la memoria lunga!”.

Tutto quello che da una parte ci valorizza (commenti, citazioni, interazione, sharing, ecc.), da un giorno all’altro si può tramutare nella peggiore arma contro la nostra reputazione. E’ la dura legge dell’imparzialità della rete unita al fatto che l’uomo, per natura, tende ad essere fortemente attratto da tutto ciò che non è “normale” e quindi a condividerlo e veicolarlo alla sua rete sociale. E’ il classico esempio della Brand reputation online, un valore tanto difficile da raggiungere quanto semplice da perdere.


Ma l’intervento vira più sulla Personal reputation e la salvaguardia della privacy personale. Viene fatto l’esempio di Caitlin Davis (ex cheerleader dei New England Patriots, ndr), licenziata per le sue foto postate su Facebook mostranti attimi di vita personale. (ok, va bene.. si vede lei che disegna dei c***i sulla spalla di una sua amica ubriaca, stesa a terra e incosciente!) (si dice anche che abbia disegnato una svuastika, per dirla alla americana; ma io non l’ho vista nelle foto..)

Insomma ne era nato un vero e proprio calderone mediatico (“in America le cheerleader sono da paragonare alle nostre veline”, Massimo Melica cit.) e così la proprietà ha pensato bene che l’immagine diffusa della sua amata “ballerina” non fosse poi così tanto in sintonia con lo spirito e i valori della squadra.. Risultato? FIRED!!! (“A casa!!!”, ndr)


La foto incriminata di Caitlin Davis


Ho pensato subito a: “Povera stellina..”. Comunque Massimo Melica prosegue il suo intervento e, sull’esempio, sviluppa la tesi che la rete urge in tempi molto brevi un codice di regolamentazione, che stabilisca come e quando gli altri possono intervenire sulla nostra privacy. Sopratutto su un tema e un luogo molto delicato, l’ambito lavorativo.

Allorchè faccio un balzo sulla sedia dell’ufficio, e comincio a pensare a tutte quelle persone che si lamentano di quanto i social network siano aperti e pericolosi.. Ma che poi aprono “profili” pubblici in qualsiasi parte della rete, senza nessuna moderazione dei contenuti e/o restrizioni personalizzate su differenti “gruppi” di iscritti.


Quindi ne nasce un mini thread su Friendfeed dove esclamo, quasi urlando: “la gestione e la cura della privacy personale è responsabilità del diretto interessato che deve saper gestire i suoi spazi”.

La critica al mio pensiero, comunque, non tarda ad arrivare.. Confutando, ironicamente, con la facile soluzione di “comprare una bolla di vetro e viverci dentro“.  (rif. a “chi non vuole farsi vedere basta che non si renda pubblico o che non condivida con il resto del mondo contenuti personali o troppo personali”, ndr)

Ma non demordo sulla mia convinzione e si arriva al punto di incontro che:

“Giustamente ci deve essere una regolamentazione ma non possiamo impedire che i nostri comportamenti influiscano (anche indirettamente) sui rapporti interpersonali, a meno che non diventiamo moderatori noi stessi della nostra immagine..”


In conclusione, un codice di regolamentazione della Privacy online e fortemente atteso e necessario per la salvaguardia dei propri diritti di “persona” ma che, in realtà, siamo noi stessi i migliori “garanti” di ciò che ci circonda e di ciò che ci coinvolge.

Non possiamo pretendere di moderare o di veicolare le reazioni sui nostri comportamenti se noi siamo i primi ad aggevolare e a dare il via questo fenomeno. Non è necessario “vivere in una campana di vetro” ma, basta, ponderare i destinatari dei nostri diversi messaggi e/o momenti di vita.

Gli ambienti sociali e di social networking sono luoghi derivati dalla nostra società. Quindi indirettamente soggetti alla “supervisione” secondo regole sociali e comportamentali del mondo “reale”.


Cosa fare?

Bè un esempio lo si può trovare in Facebook, dove si possono creare diverse liste di “amici” con differenti livelli di “permessi”. In questo caso saremo noi a decidere il valore delle nostre relazioni, diventando moderatori diretti della nostra presenza nell’ambiente. Un buon articolo sulle operazioni da compiere e sul “come fare a..” lo si può trovare qui. (sul blog Piovra.eu)


#¶][@$?^££!!, Federico Neri

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